“Dio perdona….io no!!”: la rabbia patologica e la vendetta

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La rabbia è un sentimento intenso e primordiale. La letteratura, i miti antichi e la religione associano spesso questa emozione a figure potenti, nobili o divine (l’ira di Achille, la furia di Orlando, l’ira di Dio, ecc).  Da una parte arrabbiarsi è una condizione che si lega al senso di giustizia, alla violazione di leggi e norme, è quindi un’idonea reazione ai torti e alle offese. Chi si ribella viene ritenuto forte, coraggioso e di animo generoso. Dall’altro lato c’è la visione opposta, di cui si ritrovano ugualmente esempi nella religione e nella filosofia, secondo cui l’ira è un vizio capitale, per cui arrabbiarsi diviene inaccettabile, pari ad un peccato, non ammissibile neppure quando giustificato.

Che arrabbiarsi non faccia troppo bene alla salute, fisica e mentale, è abbastanza risaputo, ma non è solo per la salute che si cerca di gestire questo sentimento. Tutte le emozioni espresse in maniera eccessiva non sono funzionali, ma la rabbia fa paura. Essa ci carica di energia e di coraggio, porta all’azione e accieca la vista. In preda alla furia potremmo essere capaci di fare cose pericolose e perdere il controllo di noi stessi.

E’ così che si forma in noi il conflitto tra espressione ed inibizione della rabbia. E’ più giusto sfogarsi, manifestare la propria emozione, il proprio disappunto, o è preferibile mantenere la calma? In fondo arrabbiarsi è umano.

Invidia e ingratitudine

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Alcuni individui sembrano incapaci di provare gratitudine verso chi ha fatto loro del bene: ciò avviene soprattutto nei casi di personalità di tipo narcisistico. Chi fa un investimento di gratitudine verso il narcisista non riceverà niente in cambio, o nel peggiore dei casi, otterrà un comportamento di ritorno aggressivo e rancoroso.
Il narcisista non riconosce il valore del beneficio ricevuto, a causa di comportamenti genitoriali privi di contenuti affettivi; non avendole provate, egli non riesce neppure a riconoscere negli altri le motivazioni affettive che muovono il benefattore verso il beneficiante. Pertanto l’incapacità di comprendere il dono nella propria vita fa si che il narcisista assuma un atteggiamento opposto. Egli sarà spinto al rancore, a denigrare il benefattore, anche per scappare alla vergogna ed ai sensi di colpa che inevitabilmente sente. Nasce l’esigenza di eliminare il fastidio e il senso di oppressione, che porta all’odio verso la causa (il beneficiante) di tanto “dolore”. Si instaura un circolo vizioso nel pensiero a cui solo gli sfoghi rabbiosi possono dare un minimo sollievo e costituiscono l’unica soluzione per tentare una comunicazione impossibile attraverso altre modalità affettive.

Il rapporto tra docenti e studenti

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I docenti hanno un ruolo rilevante nella crescita e nell’educazione dei giovani, non solo a livello di istruzione, ma anche come maestri di vita. Dopo la famiglia, la scuola e l’università sono i luoghi in cui i ragazzi passano la maggior parte del loro tempo ed è evidente che gli insegnanti vestano in parte i panni dei genitori. Il modo con cui si sviluppa la relazione di autorità tra docente e discente influisce sulla natura dell’apprendimento e sul grado di fiducia del discente nella propria capacità di fare per conto proprio.

Thomas Gordon, psicologo clinico, ha rivolto la sua attenzione alla relazione insegnante-alunno. Egli ritiene che “…ancora più importante di ciò che si sta insegnando è il modo in cui l’insegnamento viene impartito”. Ciò sottolinea l’importanza del lavoro svolto da parte del docente, che deve trasformare se stesso nel rapporto con gli allievi, responsabilizzarli e considerarli come persone che stanno crescendo. E’ riduttivo focalizzarsi solo sulle problematiche legate alle discipline ed è più opportuno mettersi in gioco come insegnante, impostando una relazione d’ascolto imparziale, così che la scuola/università si trasformi in un contenitore, all’interno del quale i ragazzi possano avere punti di riferimento e creare legami e relazioni con insegnanti e compagni.

Il Narcisismo ed il Falso Sè come ostacolo nella psicoterapia

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Il narcisismo è un’ istanza psichica collegata alla formazione dell’Io e all’identità del soggetto. Se l’Io è la funzione che collega l’individuo con l’esterno, il narcisismo rappresenta l’istanza che regola la  tensione del soggetto tra il desiderio-bisogno di rapportarsi con l’altro, che implica la dipendenza, ed il desiderio-bisogno di essere riconosciuto, che implica l’identità e l’autonomia.
Per Fairbairn ogni individuo, fin dalla nascita, è alla ricerca di un contatto emotivo-affettivo. Questa intenzionalità che egli definisce libido, si connota di una nuova proprietà: il desiderio. Ma il desiderio può non sempre essere accolto e soddisfatto: se c’è una cronica indisponibilità emotiva della madre, mentre l’Io libidico tende a languire, si sviluppa un Io antilibidico che è il frutto del rapporto con l’oggetto rifiutante. Questi due aspetti sono in contrasto tra di loro e poiché la tensione che nasce dal loro conflitto è minacciosa per l’identità del bambino, questi è costretto ad operare una scissione. Fairbairn propone quindi la psicopatologia come conseguenza della scissione di un Io primario, unificato e coeso, che ha però bisogno, per mantenere questa coesione, di un oggetto gratificante e di una situazione ambientale favorevole.

Il Mobbing all’interno della famiglia

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Negli ultimi anni si è riscontrato un notevole aumento delle separazioni coniugali, spesso accompagnate da conflitti. In tali situazioni l’elemento patologizzante non è la separazione, ma la qualità di relazione che caratterizza le coppie che si separano e che investe, di conseguenza, i minori.
 A tale proposito, occorre sottolineare che l’importanza educativa dei padri è stata per lungo tempo sottovalutata dal sistema giudiziario, per cui, tranne nei casi di malattia psichiatrica, uso di droga o presenza di una relazione extraconiugale, la madre è stata considerata fino a pochi anni fa la depositaria principale della tutela del minore.

Solamente dal 2006, con l’inserimento dell’affido condiviso come forma privilegiata da valutare, i Giudici si sono trovati a considerare la possibilità che i figli minori rimanessero affidati ad entrambi i genitori. La nuova legge attesta che, anche in caso di separazione personale dei genitori, i figli hanno diritto di mantenere un rapporto equilibrato con ambedue i genitori e che  la potestà genitoriale è esercitata da entrambi.

La Sindrome della Madre Malevola

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Il Mobbing Genitoriale viene portato all’estremo nel caso della Sindrome della Madre Malevola, fenomeno studiato da Ira Daniel Turkat, in cui la madre separata è animata da un bisogno patologico di punire l’ex marito e mette in atto una serie di comportamenti cercando di allontanarlo dai figli.

La definizione proposta abbraccia quattro principali modelli di comportamento:

1) Una madre che senza giustificazione punisce il marito da cui sta divorziando o ha divorziato:

—        a. tentando di alienare i figli dal padre (es. La moglie di un medico ha obbligato il figlio a richiedere i pasti gratis a scuola per fargli credere che il padre li aveva fatti diventare poveri);

Le conseguenze del mobbing genitoriale sui figli: la PAS (Sindrome da Alienazione Genitoriale)

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Una delle possibili conseguenze del mobbing genitoriale sui figli è la PAS o Sindrome da Alienazione Genitoriale (dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome), una dinamica psicologica disfunzionale, individuata dallo psichiatra forense Richard Gardner, che si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali.

Caratteristiche della PAS

La PAS è oggetto di discussione in ambito scientifico e giuridico, non essendo ufficialmente riconosciuta come disturbo psicopatologico. Per tale motivo, secondo molti la PAS non esiste, è solo una teoria. Tuttavia, la maggior parte dei professionisti coinvolti in cause di affidamento possono testimoniarne l’esistenza come patologia delle relazioni familiari, che riguarda soggetti in età evolutiva, di età compresa tra i 7 e i 14/15 anni.