“Il malato immaginario”: l’ipocondria

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L’ ipocondria, o  nevrosi  ipocondriaca, è un disturbo psicologico caratterizzato dalla presenza di una forte paura di avere una grave malattia fisica. Si riscontra una preoccupazione eccessiva per la salute, che può andare dall’attenzione esagerata nei confronti del funzionamento del corpo ad un senso di trasformazione delirante di esso. L’individuo, in preda ad uno stato emotivo di ansia, interpreta, distorcendole, sensazioni fisiche di malessere e/o dolore come prova di qualche malattia fisica. Alcune persone, persino di fronte ad inequivocabili prove cliniche di benessere e salute, sono convinte di avere una patologia così grave ed occulta che nemmeno gli accertamenti clinici più accurati sono in grado di rilevare.

L’ipocondriaco si presenta come un inquieto che costituisce la disperazione dei suoi numerosi medici, i quali non riescono mai a rassicurarlo. Si  lamenta  di disturbi  digestivi,  cardiaci,  genito-urinari, ma soprattutto dei disturbi della sensibilità interna (cenestesici). Teme  le malattie  più  gravi (cancro, leucemia,  infarto, aids  ecc.) ma gli esami clinici sono sempre negativi. L’ipocondriaco proietta le sue  paure sulla rappresentazione del suo corpo che diviene l’oggetto di somatizzazione dei suoi vissuti e delle sue ansie.

L’autolesionismo: tentativo di suicidio o di sentirsi “vivi”?

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L’autolesionismo si riferisce ad una serie di comportamenti che l’individuo mette in atto intenzionalmente per recare danni o lesioni al proprio corpo, in modo tale da provocare danni ai tessuti o agli organi. Le persone affette da questo disturbo si fanno del male in diversi modi: tagliandosi con una lametta, bruciandosi con una sigaretta, graffiandosi, strappandosi i capelli, sbattendo contro qualcosa, ecc..

L’autolesionismo può colpire tutti, sebbene tenda ad insorgere soprattutto in adolescenza e a toccare maggiormente le donne, forse a causa di fattori sociali. Tradizionalmente, agli uomini viene permesso di esprimere la propria aggressività, mentre alle donne viene insegnato a reprimerla o a rivolgerla verso se stesse.
Le donne, spesso, oltre all’autolesionismo presentano disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia. Alcune ragazze di fronte ad un momento di malessere reagiscono alternando comportamenti bulimici (abbuffate seguite da vomito o abuso di lassativi) a quelli autolesivi. I comportamenti autolesivi sono spesso sottostimati poiché vengono messi in atto in condizione di segretezza e sono frequentemente accompagnati da sentimenti di vergogna. Coloro che si autoferiscono quasi sempre tendono a isolarsi e a nascondere le proprie ferite per la paura di essere giudicati “pazzi” o perchè temono si creda che vogliano solo attirare l’attenzione.

L’interpretazione dei sogni come scoperta di noi stessi

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L’interpretazione dei Sogni è sicuramente da ritenere una delle pietre angolari della scienza psicoanalitica: fu Freud a definire l’analisi del sogno come la via regia verso l’inconscio, attraverso il famoso saggio, pubblicato nel 1899. Il suo interesse per l’interpretazione dei sogni sembra essere scaturito, da un lato, dall’osservazione dell’andamento delle libere associazioni dei suoi pazienti che, a queste, intercalavano spesso il racconto di un sogno con le relative, spontanee, associazioni, e dall’altro, dall’osservazione degli stati allucinatori dei malati psicotici, nei quali era spesso evidente il carattere di appagamento dei desideri. Da qui cominciò ad ipotizzare che anche nel sogno fosse possibile la realizzazione di un desiderio insoddisfatto durante la vita diurna.

Freud era arrivato a distinguere due tipi di processi psichici, che aveva chiamato primario e secondario. Il processo primario appariva dominato dal principio del piacere, ovvero dal desiderio di soddisfare immediatamente il proprio desiderio e scaricare la tensione in eccesso; il processo secondario, invece, era caratterizzato dal principio di realtà, ossia dall’esigenza di confrontarsi con la realtà, anche a discapito della soddisfazione dei propri desideri. Egli aveva osservato che il processo primario dominava la vita onirica. Aveva inoltre colto la somiglianza nella struttura delle nevrosi e dei sogni: ”I sogni racchiudono in un guscio di noce la psicologia delle nevrosi”.  Infine, arrivò ad ipotizzare che, dal punto di vista biologico, la vita del sogno procedesse dai residui della fase preistorica della vita (da uno a tre anni), periodo che costituisce la fonte dell’inconscio e che da solo contiene l’eziologia di tutte le psiconevrosi; questo periodo è normalmente celato da un’amnesia. Perciò i sogni e le fantasie che facciamo anche da adulti derivano da esperienze vissute (e talvolta rimosse) nel periodo preistorico della vita di ognuno di noi. La ripetizione dell’esperienza vissuta in quel periodo sarebbe di per sé già un appagamento di desiderio, ma un desiderio recente porta a produrre un sogno solamente se si può collegare con materiale proveniente da quell’epoca preistorica.

Il mito di Narciso: il disturbo narcisistico di personalità

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Il disturbo narcisistico di personalità prende il nome da Narciso, un personaggio della mitologia greca famoso per la sua bellezza. Figlio della ninfa Liriope e del dio Cefiso, nel mito appare incredibilmente crudele, in quanto disdegna ogni persona che lo ama. A seguito di una punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua, e, nel tentativo di baciarla, muore cadendo nel fiume in cui si specchiava.

Il mito greco riassume le caratteristiche principali del disturbo: gli individui affetti da un disturbo narcisistico di personalità sono, infatti, persone che appaiono sprezzanti verso gli altri e che amano solo loro stesse, ma, non potendo trovare appagamento da tale amore, sono destinate all’infelicità. Nelle relazioni con gli altri fanno riferimento con una frequenza inconsueta a se stesse, mostrando un grande bisogno di essere amate ed ammirate, nonchè un senso di Sè grandioso. Ritengono di essere persone speciali ed uniche. Si aspettano di ricevere approvazioni e lodi per le proprie qualità superiori, rimanendo sconcertate quando ciò non accade. Presumono di dover frequentare e di poter essere capiti soltanto da persone speciali, di elevata condizione sociale o intellettuale, ritenendo che le loro necessità siano al di fuori della comprensione e della competenza delle persone ordinarie.

Le alterazioni del controllo sfinterico: la costipazione psicogena

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La costipazione psicogena è un disturbo psicosomatico che riguarda soprattutto i bambini, nel quale accade che la defecazione si produce all’inverso, ovvero quando le feci raggiungono lo sfintere anale la contrazione non approda all’eliminazione, ma alla retropulsione nel colon. Può succedere, infatti, che dopo l’apprendimento del controllo sfinterico, magari avvenuto in epoca precoce, il bambino ritorni alla sporcizia in modo da riappropriarsi del proprio corpo ed affermare la sua pseudo-autonomia.

Spesso la costipazione è un fenomeno transitorio, mentre in altri casi può associarsi ad encopresi o, nelle forme più gravi, a megacolon funzionale. Si produce spesso un’erotizzazione secondaria dovuta al piacere legato alla funzione della ritenzione delle feci accostabile all’eccitazione masturbatoria, con un funzionamento fortemente autoerotico che rafforza la sintomatologia e la sostiene.

L’allattamento e le sue problematiche

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Il nutrimento è una funzione fondamentale fin dalla nascita, in quanto garantisce la sopravvivenza del neonato attraverso i riflessi di suzione e deglutizione. Tuttavia è possibile notare comportamenti differenti in ogni bambino nel ritmo nel succhiare, che può essere più rapido o più lento, con pause oppure ininterrotto.
Ci sono poi modi diversi di reagire alla frustrazione della fame: i bambini più intolleranti piangono e si disperano, altri tollerano questa tensione e rimangono tranquilli. Queste differenze in uno stadio così precoce dello sviluppo dipendono in gran parte dal temperamento dell’infante, ma nel corso dello sviluppo una parte importante la fanno anche le caratteristiche della madre e la capacità di rispondere alle esigenze del bambino.
Secondo diverse teorie psicoanalitiche l’interazione madre-bambino si struttura proprio sulla base dell’attività del nutrimento, su cui intervengono vari fattori.

Le alterazioni del controllo sfinterico: l’encopresi

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Intorno ai 2-3 anni di vita il bambino acquisisce progressivamente il controllo degli sfinteri e pian piano abbandona il pannolino. In questo processo le relazioni familiari incidono molto sui tempi e sulle modalità di acquisizione del controllo sfinterico. Le feci, infatti, a livello simbolico rappresentano un oggetto-dono che il bambino offre alla madre, in quanto contenuto prodotto o parte del proprio corpo. Grande importanza assume, quindi, la reazione della madre al regalo offerto dal bambino: che sia disgusto e controllo ossessivo sulla pulizia, o al contrario piacere ed orgoglio nell’accogliere e riconoscere i suoi progressi.

Il meccanismo di controllo relativo alla ritenzione e all’espulsione delle feci, inoltre, a livello fisiologico dà piacere al bambino, poichè comporta la stimolazione dell’ano, che è una zona erogena. Infine, il controllo sfinterico si lega per il fanciullo anche alla possibilità di controllare autonomamente il proprio corpo, cosa che testimonierebbe l’acquisizione di una nuova indipendenza dalla madre.

“Mi dispiace, non riesco a farlo..fallo tu”: la personalità passivo-aggressiva

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L’aggressività passiva si riferisce ad un modo di comportarsi che esprime rabbia ed ostilità in forma indiretta, attraverso la passività ed il masochismo. Grazie a questo meccanismo di difesa, si possono attaccare gli altri senza fare apparentemente nulla.
L’ aggressività indiretta si manifesta attraverso ostruzionismo, testardaggine, procrastinazione, resistenza alle richieste di prestazioni adeguate, inefficienza intenzionale, perdita di tempo, tenere il broncio, «dimenticarsi», fraintendere, sarcasmo, lasciare le cose in sospeso, eccessivo mangiare o dormire, compiacere gli altri (soprattutto l’autorità) per poi lamentarsi di loro, accusare malattie psicosomatiche, negare i propri sentimenti veri se qualcuno li riconosce, indifferenza, non cooperazione, invidia nascosta per i successi altrui, visione negativa del futuro. Sono tutti comportamenti finalizzati a trasmettere l’ostilità che non si ha il coraggio di esprimere apertamente.

Il drop-out negli studenti universitari

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Il drop out universitario, ovvero l’interruzione/abbandono del percorso di studi, è un fenomeno complesso, al cui strutturarsi concorrono una molteplicità di cause, il cui peso specifico va apprezzato di volta in volta. L’abbandono affonda spesso le sue radici in un percorso scolastico/formativo segnato dall’insuccesso e da un rapporto conflittuale con l’istituzione formativa, che determina lo strutturarsi di atteggiamenti negativi e di rifiuto nei confronti dell’esperienza universitaria, percepita come frustrante e minacciosa. Per una corretta analisi e comprensione degli abbandoni è, tuttavia, necessario far interagire le determinanti interne al percorso universitario con le variabili  legate alla dimensione individuale ed al contesto relazionale e socio-economico-culturale di appartenenza del soggetto in questione.
Ricerche empiriche hanno dimostrato che fattori di natura personale possono mediare il progressivo disinvestimento emotivo sul sistema formativo: ad esempio, ragazzi che sperimentano una caduta nei livelli di autostima a seguito di basse performance scolastiche possono reagire allentando difensivamente i loro legami con la scuola/università, percepita come fonte di frustrazione narcisistica.
Esistono, però, anche dei fattori familiari che possono favorire l’incidenza degli abbandoni. Possono, infatti, verificarsi delle interruzioni di frequenza quando la decisione di frequentare l’università deriva principalmente da una forzatura dei genitori che vogliono avere un figlio laureato a tutti i costi, senza lasciarlo libero di esprimere i propri sogni, desideri ed ambizioni. In tal modo, il giovane studente finisce con il sentirsi caricato emotivamente dalle aspettative altrui, che non fanno altro che generargli ansia e confusione. In questi casi chi lascia l’università soffre più nel comunicare la sua decisione ai genitori, al punto di volerla nascondere, che non per gli effetti della rinuncia su se stesso.

La relazione madre-bambino e la costruzione dell’identità

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L’immagine che ognuno ha di se stesso viene costruita sulla base della relazione con gli altri significativi, (i genitori o chi ne fa le veci), ed a partire dall’immagine che questi altri ci rimandano di noi. Questo meccanismo di formazione dell’identità si chiama rispecchiamento, ed è stato ipotizzato e studiato nei bambini, sin dai primi mesi di vita, dallo psicoanalista Winnicott .
Nei primi stadi del suo sviluppo emozionale, il bambino è assolutamente dipendente dall’ambiente, costituito fondamentalmente dalle cure materne. Winnicott riassume tali cure nel concetto di “holding“ (“contenimento”),
che implica la capacità della madre di fungere da contenitore delle angosce del bambino. L’holding è la capacità di contenimento della madre sufficientemente buona, la quale sostiene fisicamente e psicologicamente il lattante, tenendo conto del fatto che egli non sa che esiste qualcos’altro oltre a Sé; la madre sufficientemente buona sa istintivamente quando intervenire dando amore al bambino e quando invece mettersi da parte nel momento in cui il piccolo non ha bisogno di lei. Le cure materne riescono magicamente a soddisfare i bisogni del piccolo, grazie all’identificazione e ad un adattamento quasi totale della madre (mediante le sue stesse esperienze di neonata) con quest’ultimo. Per tale motivo, all’interno dell’holding il bambino può sperimentare l‘onnipotenza soggettiva, ovvero la sensazione di essere lui, con i suoi desideri, a creare ogni cosa. Questa esperienza è necessaria ed indispensabile per il sano sviluppo dell’individuo, e può verificarsi soltanto all’interno di uno spazio fisico e psichico che possa permettere la sua espressione.