“Non riesco a smettere di mangiare”: la sindrome da iperfagia incontrollata

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La sindrome da iperfagia incontrollata, sebbene meno nota dell’anoressia e della bulimia, è un disturbo alimentare serio, che si manifesta con episodi di assunzioni ricorrenti e protratte di cibo, associate alla sensazione di perdere il controllo dell’atto del mangiare, non seguite da manovre di eliminazione (induzione del vomito, assunzione di diuretici  o lassativi) o di altri comportamenti compensatori (attività fisica sostenuta). Questo disturbo colpisce maggiormente le donne, con maggior frequenza dalla tarda adolescenza in poi.

Questa malattia è caratterizzata da episodi ricorrenti di alimentazione incontrollata, durante i quali si assume in un periodo definito di tempo (di solito di circa 2 ore), una quantità di cibo molto più abbondante del normale. Mentre mangia, il soggetto ha la sensazione di non riuscire a smettere o di non poter controllare la quantità ed il tipo di cibo che sta ingerendo, fino ad arrivare a sentirsi spiacevolmente pieno. Può mangiare anche senza sentirsi affamato e spesso lo fa in solitudine, a causa dell’imbarazzo che prova per ciò che sta facendo. Dopo le abbuffate, queste persone si sentono solitamente disgustate di se stesse, depresse o in  colpa.

L’assenza di manovre eliminatorie o di altre modalità compensatorie determina un apporto calorico continuativo e non controllabile, con ripercussioni sul metabolismo, causando un aumento di peso a volte consistente, alterazioni gastrointestinali, continua secrezione di insulina, alterazioni ormonali ed i molteplici problemi connessi all’obesità.

Gli autori che hanno studiato le origini evolutive dell’iperfagia hanno rilevato nelle pazienti notevoli difficoltà nella separazione dalle figure genitoriali: l’ingestione di cibo rappresenterebbe il desiderio di una fusione simbiotica con la madre. Il corpo viene usato dalle pazienti come oggetto transizionale funzionale alla separazione. L’ingestione e l’accumulo di cibo possono essere viste, quindi, come l’introiezione di introietti aggressivi. A livello simbolico, il cibo rappresenta la madre, il ritorno ad una modalità arcaica di relazione con lei. La paziente riversa la sua avidità, il suo desiderio di possesso e l’aggressività sul cibo, ma non se ne libera con il vomito, perchè andrebbe incontro ad una sorta di separazione, nonchè ad un’angosciosa perdita di controllo di una parte di sè (cibo=madre). Queste pazienti, a causa del loro tipo di problema, sono spesso controllanti anche nelle altre relazioni (anche verso lo stesso terapeuta), nel senso che pretendono che gli altri si adeguino ai loro tempi; questo perchè il controllo le protegge dalla paura della perdita dell’altro e dal timore dell’ignoto e consente al contempo di esprimere la loro aggressività.

Secondo Simon Sherry, ci sarebbe, inoltre, una stretta correlazione tra perfezionismo e alimentazione compulsiva. Nella fattispecie, sarebbe maggiormente a rischio il perfezionista che ritiene che il suo lavoro sia valutato criticamente da qualcuno, con la convinzione che anche le persone care siano giudicanti e gli facciano pressione perchè sia perfetto.

L’iperfagia può nascere, quindi, in una persona cresciuta in un ambiente critico e percepito come giudicante, dove l’unica modalità di perdere il controllo può avvenire tramite le abbuffate, le quali assumono la caratteristica di un segreto, proprio per la paura del giudizio altrui. Il perfezionismo del soggetto si riflette anche nelle relazioni, creando continuamente attriti e dissapori a causa della propria inflessibilità e di aspettative irrealistiche. Questo genera la sensazione di non essere capiti e realmente amati per quello che si è, l’ansia di dover continuamente rispondere alle aspettative, l’idea che niente sia perfetto come lo vorremmo. L’alimentazione incontrollata sopraggiungerebbe, quindi, per sfuggire alla sensazione di sentirsi sopraffatti dai sentimenti di solitudine, fallimento e tristezza.

Trattamento terapeutico

Nel valutare questo tipo di disturbo è necessario non limitarsi al sintomo, ma tenere conto dell’importanza della struttura di personalità per comprendere le difficoltà della persona. Un percorso di psicoterapia è senz’altro consigliato per raggiungere una maggiore consapevolezza e un contatto con le proprie emozioni e migliorare la propria salute e la qualità della vita.

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