La gelosia tra fratelli e la sindrome di Cenerentola

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Per la psicoanalisi una fiaba non è mai una semplice fiaba. Essa nasconde sempre significati ulteriori,
messaggi che parlano ai bambini dei loro vissuti inconsci, delle loro paure, dei conflitti e delle ambivalenze che animano la loro vita.

La fiaba probabilmente più famosa, quella che piace ad adulti e bambini, è Cenerentola. In essa sono affrontati alcuni argomenti importanti a livello psicologico: la morte della madre, il secondo matrimonio del padre ed il rapporto con la matrigna, la rivalità con le sorellastre, la parzialità delle attenzioni verso i figli e, infine, la rivalità al femminile tipica dell’adolescenza, tra la madre e la sessualità emergente della figlia. Si riscontrano anche il tema della colpa e del non sentirsi puliti (evocati dal contatto con la cenere, da cui il nome Cenerentola) e quello della trasformazione, ovvero il passaggio dallo stato di adolescenza a quello di donna.

Lo psicologo Bruno Bettelheim ritiene che Cenerentola riveli le angosce e le umiliazioni che si esasperano nell’inconscio dei bambini nell’ambito dei rapporti familiari. Questa fiaba piace sia ai maschietti che alle femminucce perché permette loro di identificarsi con la sensazione di rivalsa che trasmette.

La fiaba tende a mostrare i personaggi come vere e proprie caricature di qualità e di comportamenti. Il male e il bene sono sempre ben distinti in modo da non creare ambivalenze. Rilevante è il personaggio della matrigna cattiva, che umilia e maltratta la povera Cenerentola. La figura della matrigna permette, ad una lettura più profonda, di vedere che la madre non è solo “buona”, ma si presenta anche con il suo lato negativo, un po’ streghesco, che è però il necessario stimolo a crescere, ad abbandonare le fantasie di simbiosi con la madre buona. In tal modo il bambino può scaricare tensioni e sentimenti negativi contro una figura “cattiva” senza vivere sensi di colpa, può apertamente manifestare il suo astio e la sua rabbia contro la matrigna, che può così essere divisa dalla madre vera, che è vista come buona. Avviene una scissione all’interno della mente del bambino, che gli permette di odiare la “parte cattiva” della madre, mantenendo intatti i sentimenti verso la “madre buona”. Da un punto di vista psicologico questa possibilità protegge il bambino dalla paura di essere distrutto dai suoi sentimenti negativi o dai giudizi che vengono espressi all’esterno.

In questa fiaba è implicita anche la delusione di un padre assente, che obbliga la ragazza ad appoggiarsi interamente alla madre, per potersi identificare con lei e per accogliere dentro di sé la femminilità adulta. La consapevolezza che la ragazza acquisisce sta nella percezione che la madre è sia buona che cattiva e sa che non offrirà più l’amore incondizionato dell’infanzia: Cenerentola comprende che la madre pretende da lei un comportamento adulto e responsabile.

La fiaba di Cenerentola tratta anche un altro tema molto comune nell’infanzia e nell’adolescenza: la gelosia tra fratelli o sorelle. Il tema della rivalità fraterna non conosce “ere”, è presente in molte fiabe e leggende fin dai tempi di Caino e Abele, Romolo e Remo, ecc., ed è un argomento attuale che si ripete di generazione in generazione. Cenerentola viene recepita come una storia che narra le angosce e le speranze che costituiscono l’essenza della rivalità fraterna. Ma la fiaba parla di sorellastre, un espediente usato dall’autore per rendere accettabile a livello psicologico una conflittualità che non si vorrebbe esistesse tra fratelli biologici. Tale gelosia, infatti, comporta un senso di esclusione e di rabbia e l’insorgere di fantasie difficili da tollerare senza vivere una serie di sentimenti negativi, quali sensi di colpa, vergogna e percezione di essere cattivi e disgustosi. I fratelli o sorelle vengono percepiti come intrusi, che “rubano” le attenzioni e l’affetto dei genitori; la gelosia nasce, invece, dalla paura del confronto e dell’esclusione. Tutto ciò sta nella mente del figlio, ma a volte è innegabile che vi siano genitori che hanno delle preferenze tra i figli, che sono intollerabili per coloro che le sperimentano. Nasce, così, nella mente del figlio maltrattato un senso di esclusione da un lato ed ad una presunzione di superiorità dall’altro. “Mi escludono e mi trattano male perchè mi invidiano”. Cenerentola rimane per tanto tempo nella cenere perchè probabilmente merita di essere punita e maltrattata; nonostante il senso di colpa, cerca di rivalersi dalle sue stesse pulsioni nel considerarsi superiore ai propri fratelli e sorelle e al genitore di sesso opposto.

Il bambino che ascolta la storia di Cenerentola non pensa soltanto “Cenerentola sono io, i miei fratelli mi fanno i dispetti e mi umiliano”, ma pensa anche che i veri responsabili della propria degradazione siano i genitori. Infatti la rivalità fraterna trae la sua vera origine dai sentimenti del bambino nei confronti dei genitori, per cui i bambini si sentono minacciati quando i loro genitori danno attenzioni agli altri figli perchè temono di non poter conquistare l’amore dei genitori. Così il bambino prova “odio”, o meglio gelosia e invidia, per gli altri fratelli, e qui arrivano i dispetti ed i disperati gesti in cerca di attenzione. Ma i bambini sanno che questo è un comportamento sbagliato (e infatti vengono puniti quando si comportano male e capiscono l’errore, ma lo ricommettono perché è l’unico modo che riescono a trovare per catturare le attenzioni, anche se negative, dei genitori) e quando ascoltano le cattiverie che le sorellastre fanno a Cenerentola, si sentono giustificati riguardo tutti i pensieri cattivi che possono rivolgere ai propri fratelli. Il bambino si sente un cenerentolo ingiustamente relegato tra la cenere e, quindi, si sente giustificato ad attaccare i fratellini. Al contempo, però, egli sa di dover ubbidire, mentre invece prova sentimenti di collera nei confronti dei genitori, così dopo l’odio sopraggiunge il senso di colpa. Nel suo intimo egli pensa di meritare di essere punito e di essere trattato come un cenerentolo e pensa che se alla fine Cenerentola avrà un lieto fine, allora potrà averlo anche lui.

Altro aspetto importante della fiaba è la rivalità con la matrigna, che rimanda alla competizione della bambina con la madre tipica della fase edipica, in cui la bambina desidera “eliminare” la madre per contendersi l’amore del padre, con conseguenti senso di colpa ed angoscia. La figura della matrigna rende più giustificabile il provare rivalità nei suoi confronti, non essendo la vera madre, e nella fiaba è la matrigna che vuole declassare Cenerentola, per un meccanismo di proiezione (a livello inconscio è vero il contrario). Ma per quanto un bambino possa soffrire (a causa della rivalità fraterna, o del desiderio di attenzioni dei genitori o solo del padre), la fiaba di Cenerentola gli mostra che il suo essere comunque buono lo solleverà dalla miseria della sofferenza. Sublimando la propria infelicità e il proprio dolore, come fa Cenerentola, egli può sistemare le cose e raggiungere la felicità, che nelle fiabe è rappresentata dall’avanzamento di livello dallo stadio “povero” a quello di principe o principessa, potrà essere felice e contenta solo quando un uomo che non è suo padre, bensì un principe, la prenderà come moglie.

Secondo Bettelheim,  inoltre, la fiaba maschera una proiezione della rabbia e delle fantasie distruttive della ragazza sulla matrigna che le pone dei limiti e ne ostacola l’autonomia e l’indipendenza. Questa fase per l’adolescente è un miscuglio di sentimenti complessi, perché da un lato c’è la paura di staccarsi dalla madre, mentre dall’altro la ragazza sente che per diventare “donna” deve  mettersi alla prova, ribellandosi a certe regole che la madre ha dato; a questo punto la madre diventa “l’altra”, che deve essere superata per poter essere libera di fare le esperienze che vuole fare. A livello emotivo, quindi, la ragazza si sente come se stesse tradendo la madre; tale tradimento è indispensabile per scoprire la sua femminilità, ma comporta l’insorgere di sensi di colpa.

Ad un altro livello, la fiaba potrebbe rappresentare una vera gelosia della madre nei confronti della figlia che comincia a mostrare la sua attrattiva sessuale ed erotica. La madre (matrigna) sembra non viversi la sua parte erotica, altrimenti non si sentirebbe sfidata dalla bellezza e dalla sessualità nascente della figlia, al punto da ferirla umiliandola nel suo desiderio di conquista. Questi sentimenti possono insorgere naturalmente nella madre e, entro un certo livello, non sono negativi perché danno valore alla figlia nella sua nascente femminilità, ma ci vuole intelligenza da parte della madre a non reagire da “nemica” e a non entrare in una dinamica di rivalità perché, in quel caso, si trasformerebbe davvero nella “strega” cattiva, che combatte nella figlia ciò che non può vivere su di sé.

Cenerentola, però, si avvale di poteri magici: la fata che produce il vestito, la carrozza che la conduce fino al palazzo del re indicano che le sue risorse interne sono rimaste intatte, unitamente alla sua voglia di riscatto che la porta a reagire e a non diventare succube degli ostacoli. Questa fiaba ci pone di fronte al concetto della possibile trasformazione di energie negative in positive; lei, infatti, non si arrende alla sua condizione e continua a sperare e ad avere fiducia nel futuro, sa che può contare su valori profondi che trova dentro di sè. Proprio dai limiti che la madre (cattiva) impone e che creano frustrazione, fa seguito la trasformazione che la vede passare da ragazza a giovane donna, pronta per una vera relazione tra le due parti di sé e successivamente con un uomo esterno (principe). Cenerentola ci parla anche di una tipica dinamica familiare e della possibilità che ognuno ha di poterne uscire fuori, senza restare vittima del destino che qualcun altro ha scelto per noi.

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