Il drop-out negli studenti universitari

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Il drop out universitario, ovvero l’interruzione/abbandono del percorso di studi, è un fenomeno complesso, al cui strutturarsi concorrono una molteplicità di cause, il cui peso specifico va apprezzato di volta in volta. L’abbandono affonda spesso le sue radici in un percorso scolastico/formativo segnato dall’insuccesso e da un rapporto conflittuale con l’istituzione formativa, che determina lo strutturarsi di atteggiamenti negativi e di rifiuto nei confronti dell’esperienza universitaria, percepita come frustrante e minacciosa. Per una corretta analisi e comprensione degli abbandoni è, tuttavia, necessario far interagire le determinanti interne al percorso universitario con le variabili  legate alla dimensione individuale ed al contesto relazionale e socio-economico-culturale di appartenenza del soggetto in questione.
Ricerche empiriche hanno dimostrato che fattori di natura personale possono mediare il progressivo disinvestimento emotivo sul sistema formativo: ad esempio, ragazzi che sperimentano una caduta nei livelli di autostima a seguito di basse performance scolastiche possono reagire allentando difensivamente i loro legami con la scuola/università, percepita come fonte di frustrazione narcisistica.
Esistono, però, anche dei fattori familiari che possono favorire l’incidenza degli abbandoni. Possono, infatti, verificarsi delle interruzioni di frequenza quando la decisione di frequentare l’università deriva principalmente da una forzatura dei genitori che vogliono avere un figlio laureato a tutti i costi, senza lasciarlo libero di esprimere i propri sogni, desideri ed ambizioni. In tal modo, il giovane studente finisce con il sentirsi caricato emotivamente dalle aspettative altrui, che non fanno altro che generargli ansia e confusione. In questi casi chi lascia l’università soffre più nel comunicare la sua decisione ai genitori, al punto di volerla nascondere, che non per gli effetti della rinuncia su se stesso.

Il rapporto tra docenti e studenti

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I docenti hanno un ruolo rilevante nella crescita e nell’educazione dei giovani, non solo a livello di istruzione, ma anche come maestri di vita. Dopo la famiglia, la scuola e l’università sono i luoghi in cui i ragazzi passano la maggior parte del loro tempo ed è evidente che gli insegnanti vestano in parte i panni dei genitori. Il modo con cui si sviluppa la relazione di autorità tra docente e discente influisce sulla natura dell’apprendimento e sul grado di fiducia del discente nella propria capacità di fare per conto proprio.

Thomas Gordon, psicologo clinico, ha rivolto la sua attenzione alla relazione insegnante-alunno. Egli ritiene che “…ancora più importante di ciò che si sta insegnando è il modo in cui l’insegnamento viene impartito”. Ciò sottolinea l’importanza del lavoro svolto da parte del docente, che deve trasformare se stesso nel rapporto con gli allievi, responsabilizzarli e considerarli come persone che stanno crescendo. E’ riduttivo focalizzarsi solo sulle problematiche legate alle discipline ed è più opportuno mettersi in gioco come insegnante, impostando una relazione d’ascolto imparziale, così che la scuola/università si trasformi in un contenitore, all’interno del quale i ragazzi possano avere punti di riferimento e creare legami e relazioni con insegnanti e compagni.