“Se mi lasci non vale”: l’angoscia di abbandono

Standard

“Non lasciarmi!”, è un grido struggente che risuona in canzoni di tutte le culture, a rappresentare una delle paure più profonde e radicate nella natura umana: la perdita dell’oggetto d’amore. L’angoscia da abbandono, detta anche ansia da separazione, nel nostro immaginario rievoca l’incapacità di sostenere la possibilità che l’altro se ne vada. Il punto centrale, infatti, è la separazione, vissuta dalla persona come abbandono, per cui scattano una serie  di comportamenti che tentano di far sì che l’altro non se ne vada e che ci lasci soli.

Ma da dove ha origine l’ansia d’abbandono?

Il tema del distacco tocca le corde più sensibili dell’animo umano perchè spezza uno degli istinti più forti non solo nell’uomo ma anche in alcune specie animali: l’attaccamento, inizialmente alla madre, poi spostato sulla persona amata. Nasciamo con un bisogno di cure e di nutrimento d’amore che, quando manca, ci segna per tutta la vita. L’angoscia di abbandono compare nel bambino piccolissimo non appena si rende conto di non essere un tutt’uno con la madre. Non c’è niente di più angoscioso del pianto di un neonato quando vede la madre allontanarsi e teme che non torni più. I bambini che piangono i primi giorni d’asilo, che vanno in allarme quando non sono rispettati i tempi della separazione non sono da rimproverare, ma da comprendere e contenere. In questo contesto assumono un peso rilevante le esperienze tra il bambino e la figura che si prende cura di lui, poiché rivestono una funzione cruciale nella costruzione dell’identità personale e nel modo di rapportarsi agli altri. A volte esperienze infantili non ci permettono di interiorizzare l’altro come base sicura, come presenza interna stabile e positiva, minando anche la costruzione della nostra identità. La reazione all’abbandono può, quindi, divenire patologica quando il primo legame di attaccamento non è stato sicuro.

“Devi essere come ti ho sognato”: il mito di Pigmalione

Standard

Secondo la mitologia greca, Pigmalione era il re di Cipro ed era molto infelice perché dopo tante avventure non aveva mai realizzato il suo sogno di trovare “la donna giusta” per lui. Stanco di questa situazione, decise di scolpire la statua della sua “donna ideale” e lavorò finchè il suo “modello perfetto” non fu terminato. La statua era bellissima e lui se ne innamorò subito. Dopo un po’ di tempo però non gli era più sufficiente contemplarla e così cominciò a pensare a quanto sarebbe stato bello se la sua donna statuaria avesse preso vita diventando una vera compagna per lui, finchè questo desiderio divenne così forte da aumentare la sua infelicità. La sua sofferenza commosse Afrodite, che decise di trasformare la statua in una donna piena di vita. Pigmalione si trovò così a vedere il suo sogno materializzato. Il mito termina, così, con il matrimonio di Pigmalione con Galatea, il nome della statua.

Pigmalione è un “archetipo” molto comune anche ai giorni nostri, per cui è interessante comprendere a fondo questo mito per capirne le dinamiche psicologiche sottostanti. Egli è triste perché non riesce a trovare la “donna giusta” per lui e ritiene che la vita sia ingrata e non gli dia questa opportunità; questo gli arreca una situazione di scontentezza nostalgica per qualcosa che appartiene ai suoi sogni, ma che non è presente nella realtà. Il mito rispecchia, dunque, uno schema psicologico preciso in azione: quello dell’amore idealizzato e che, proprio perché non appartiene al mondo reale, non può essere trovato, ma, soprattutto, non può essere vissuto.

La sindrome del koala: le personalità dipendenti

Standard

La dipendenza affettiva è una tematica che riscuote da sempre un interesse universale, in quanto ogni individuo è in qualche misura dipendente dagli altri. Esiste, tuttavia, il disturbo dipendente di personalità (DDP),  individuato come patologia e descritto come una situazione di pervasiva ed eccessiva necessità di essere accuditi, che determina un comportamento sottomesso e dipendente, nonchè un forte timore della separazione, ed è caratterizzato dalla vitale necessità di avere rapporti personali che danno all’individuo la sensazione di non essere mai solo.
Questo disturbo colpisce con maggiore frequenza il sesso femminile ed è considerato tra i più frequenti tra i disturbi di personalità.

Come si manifesta

Le persone che presentano questo disturbo hanno l’idea di essere incapaci di vivere da sole e di non essere in grado di affrontare gli eventi della vita. Si sentono smarrite, vuote e inutili senza la presenza di una persona al loro fianco. Si percepiscono insicure, sbagliate, inadeguate ed incompetenti. I soggetti con DDP manifestano, per questa ragione, un forte timore di essere abbandonati, tale da causare loro paura, terrore ed ansia intensa. Richiedono spesso rassicurazioni e conferme e tendono a vivere qualsiasi gesto di allontanamento, anche minimo, come un possibile e doloroso abbandono. Per evitare l’abbandono temuto, i soggetti dipendenti si adoperano per assicurarsi la presenza costante dell’altro, investono energie nel mantenere i legami e rendersi indispensabili, per ottenere un posto in primo piano nella vita della persona vicina e preservarsi da possibili allontamenti. Per questo motivo solitamente sono abili nel comprendere la volontà  dell’altro e cercano di fare stare bene il proprio partner anticipandone i desideri. Quando si sentono soli, o quando non hanno una relazione stabile e significativa lo stato mentale prevalente è di vuoto, descritto come una sensazione di essere “nulla in mezzo al nulla”, “una nave senza timone in mezzo al mare” o di “essere privo di qualsiasi scopo” fino, in alcuni casi, alla percezione di annientamento e di inconsistenza della propria persona. Questo stato mentale è spesso accompagnato da un umore depresso e da profonda tristezza.

Marito e moglie o madre e bambino? La collusione orale

Standard

Quando in un rapporto di coppia si parla di collusione orale, ci si riferisce ad un amore caratterizzato da sollecitudine, cura e sostentamento reciproci. Questo tipo di rapporto si basa sull’idea che uno dei due, in veste di madre, debba accudire l’altro, ritenuto un bambino bisognoso di aiuto. I due partner sono legati dall’accordo tacito secondo cui l’uno deve manifestare una disponibilità inesauribile ad aiutare l’altro senza pretendere nulla in cambio, mentre l’altro, bisognoso di aiuto, può evitare di ricorrere alle proprie forze.

Questa modalità di rapporto caratterizza la primissima relazione madre-bambino e la fase di sviluppo del primo anno di vita, detta fase orale, in cui è tipico l’utilizzo della bocca da parte del bambino per conoscere il mondo: il bimbo succhia in primis il seno della madre ed usa la bocca anche per conoscere qualsiasi altro oggetto. Al succhiare è associata, inoltre, una sensazione di piacere.

Una volta divenuta adulta, la persona con il carattere orale manifesta il desiderio di inghiottire tutto ciò che è disponibile, nonchè l’irrefrenabile manifestazione dei suoi bisogni e la pretesa del loro appagamento immediato, con la tendenza a chiedere sempre di più. Tale insaziabilità può avere un effetto castrante sul partner, che può sentirsi fallito nel ruolo di dispensatore, il che può trovare espressione anche nel fallimento sessuale.

Il Mobbing all’interno della famiglia

Standard

Negli ultimi anni si è riscontrato un notevole aumento delle separazioni coniugali, spesso accompagnate da conflitti. In tali situazioni l’elemento patologizzante non è la separazione, ma la qualità di relazione che caratterizza le coppie che si separano e che investe, di conseguenza, i minori.
 A tale proposito, occorre sottolineare che l’importanza educativa dei padri è stata per lungo tempo sottovalutata dal sistema giudiziario, per cui, tranne nei casi di malattia psichiatrica, uso di droga o presenza di una relazione extraconiugale, la madre è stata considerata fino a pochi anni fa la depositaria principale della tutela del minore.

Solamente dal 2006, con l’inserimento dell’affido condiviso come forma privilegiata da valutare, i Giudici si sono trovati a considerare la possibilità che i figli minori rimanessero affidati ad entrambi i genitori. La nuova legge attesta che, anche in caso di separazione personale dei genitori, i figli hanno diritto di mantenere un rapporto equilibrato con ambedue i genitori e che  la potestà genitoriale è esercitata da entrambi.

La Sindrome della Madre Malevola

Standard

Il Mobbing Genitoriale viene portato all’estremo nel caso della Sindrome della Madre Malevola, fenomeno studiato da Ira Daniel Turkat, in cui la madre separata è animata da un bisogno patologico di punire l’ex marito e mette in atto una serie di comportamenti cercando di allontanarlo dai figli.

La definizione proposta abbraccia quattro principali modelli di comportamento:

1) Una madre che senza giustificazione punisce il marito da cui sta divorziando o ha divorziato:

—        a. tentando di alienare i figli dal padre (es. La moglie di un medico ha obbligato il figlio a richiedere i pasti gratis a scuola per fargli credere che il padre li aveva fatti diventare poveri);

Le conseguenze del mobbing genitoriale sui figli: la PAS (Sindrome da Alienazione Genitoriale)

Standard

Una delle possibili conseguenze del mobbing genitoriale sui figli è la PAS o Sindrome da Alienazione Genitoriale (dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome), una dinamica psicologica disfunzionale, individuata dallo psichiatra forense Richard Gardner, che si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali.

Caratteristiche della PAS

La PAS è oggetto di discussione in ambito scientifico e giuridico, non essendo ufficialmente riconosciuta come disturbo psicopatologico. Per tale motivo, secondo molti la PAS non esiste, è solo una teoria. Tuttavia, la maggior parte dei professionisti coinvolti in cause di affidamento possono testimoniarne l’esistenza come patologia delle relazioni familiari, che riguarda soggetti in età evolutiva, di età compresa tra i 7 e i 14/15 anni.