La sindrome del koala: le personalità dipendenti

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La dipendenza affettiva è una tematica che riscuote da sempre un interesse universale, in quanto ogni individuo è in qualche misura dipendente dagli altri. Esiste, tuttavia, il disturbo dipendente di personalità (DDP),  individuato come patologia e descritto come una situazione di pervasiva ed eccessiva necessità di essere accuditi, che determina un comportamento sottomesso e dipendente, nonchè un forte timore della separazione, ed è caratterizzato dalla vitale necessità di avere rapporti personali che danno all’individuo la sensazione di non essere mai solo.
Questo disturbo colpisce con maggiore frequenza il sesso femminile ed è considerato tra i più frequenti tra i disturbi di personalità.

Come si manifesta

Le persone che presentano questo disturbo hanno l’idea di essere incapaci di vivere da sole e di non essere in grado di affrontare gli eventi della vita. Si sentono smarrite, vuote e inutili senza la presenza di una persona al loro fianco. Si percepiscono insicure, sbagliate, inadeguate ed incompetenti. I soggetti con DDP manifestano, per questa ragione, un forte timore di essere abbandonati, tale da causare loro paura, terrore ed ansia intensa. Richiedono spesso rassicurazioni e conferme e tendono a vivere qualsiasi gesto di allontanamento, anche minimo, come un possibile e doloroso abbandono. Per evitare l’abbandono temuto, i soggetti dipendenti si adoperano per assicurarsi la presenza costante dell’altro, investono energie nel mantenere i legami e rendersi indispensabili, per ottenere un posto in primo piano nella vita della persona vicina e preservarsi da possibili allontamenti. Per questo motivo solitamente sono abili nel comprendere la volontà  dell’altro e cercano di fare stare bene il proprio partner anticipandone i desideri. Quando si sentono soli, o quando non hanno una relazione stabile e significativa lo stato mentale prevalente è di vuoto, descritto come una sensazione di essere “nulla in mezzo al nulla”, “una nave senza timone in mezzo al mare” o di “essere privo di qualsiasi scopo” fino, in alcuni casi, alla percezione di annientamento e di inconsistenza della propria persona. Questo stato mentale è spesso accompagnato da un umore depresso e da profonda tristezza.

Il mito di Narciso: il disturbo narcisistico di personalità

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Il disturbo narcisistico di personalità prende il nome da Narciso, un personaggio della mitologia greca famoso per la sua bellezza. Figlio della ninfa Liriope e del dio Cefiso, nel mito appare incredibilmente crudele, in quanto disdegna ogni persona che lo ama. A seguito di una punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua, e, nel tentativo di baciarla, muore cadendo nel fiume in cui si specchiava.

Il mito greco riassume le caratteristiche principali del disturbo: gli individui affetti da un disturbo narcisistico di personalità sono, infatti, persone che appaiono sprezzanti verso gli altri e che amano solo loro stesse, ma, non potendo trovare appagamento da tale amore, sono destinate all’infelicità. Nelle relazioni con gli altri fanno riferimento con una frequenza inconsueta a se stesse, mostrando un grande bisogno di essere amate ed ammirate, nonchè un senso di Sè grandioso. Ritengono di essere persone speciali ed uniche. Si aspettano di ricevere approvazioni e lodi per le proprie qualità superiori, rimanendo sconcertate quando ciò non accade. Presumono di dover frequentare e di poter essere capiti soltanto da persone speciali, di elevata condizione sociale o intellettuale, ritenendo che le loro necessità siano al di fuori della comprensione e della competenza delle persone ordinarie.

“Mi dispiace, non riesco a farlo..fallo tu”: la personalità passivo-aggressiva

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L’aggressività passiva si riferisce ad un modo di comportarsi che esprime rabbia ed ostilità in forma indiretta, attraverso la passività ed il masochismo. Grazie a questo meccanismo di difesa, si possono attaccare gli altri senza fare apparentemente nulla.
L’ aggressività indiretta si manifesta attraverso ostruzionismo, testardaggine, procrastinazione, resistenza alle richieste di prestazioni adeguate, inefficienza intenzionale, perdita di tempo, tenere il broncio, «dimenticarsi», fraintendere, sarcasmo, lasciare le cose in sospeso, eccessivo mangiare o dormire, compiacere gli altri (soprattutto l’autorità) per poi lamentarsi di loro, accusare malattie psicosomatiche, negare i propri sentimenti veri se qualcuno li riconosce, indifferenza, non cooperazione, invidia nascosta per i successi altrui, visione negativa del futuro. Sono tutti comportamenti finalizzati a trasmettere l’ostilità che non si ha il coraggio di esprimere apertamente.