“Se mi lasci non vale”: l’angoscia di abbandono

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“Non lasciarmi!”, è un grido struggente che risuona in canzoni di tutte le culture, a rappresentare una delle paure più profonde e radicate nella natura umana: la perdita dell’oggetto d’amore. L’angoscia da abbandono, detta anche ansia da separazione, nel nostro immaginario rievoca l’incapacità di sostenere la possibilità che l’altro se ne vada. Il punto centrale, infatti, è la separazione, vissuta dalla persona come abbandono, per cui scattano una serie  di comportamenti che tentano di far sì che l’altro non se ne vada e che ci lasci soli.

Ma da dove ha origine l’ansia d’abbandono?

Il tema del distacco tocca le corde più sensibili dell’animo umano perchè spezza uno degli istinti più forti non solo nell’uomo ma anche in alcune specie animali: l’attaccamento, inizialmente alla madre, poi spostato sulla persona amata. Nasciamo con un bisogno di cure e di nutrimento d’amore che, quando manca, ci segna per tutta la vita. L’angoscia di abbandono compare nel bambino piccolissimo non appena si rende conto di non essere un tutt’uno con la madre. Non c’è niente di più angoscioso del pianto di un neonato quando vede la madre allontanarsi e teme che non torni più. I bambini che piangono i primi giorni d’asilo, che vanno in allarme quando non sono rispettati i tempi della separazione non sono da rimproverare, ma da comprendere e contenere. In questo contesto assumono un peso rilevante le esperienze tra il bambino e la figura che si prende cura di lui, poiché rivestono una funzione cruciale nella costruzione dell’identità personale e nel modo di rapportarsi agli altri. A volte esperienze infantili non ci permettono di interiorizzare l’altro come base sicura, come presenza interna stabile e positiva, minando anche la costruzione della nostra identità. La reazione all’abbandono può, quindi, divenire patologica quando il primo legame di attaccamento non è stato sicuro.

“Il malato immaginario”: l’ipocondria

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L’ ipocondria, o  nevrosi  ipocondriaca, è un disturbo psicologico caratterizzato dalla presenza di una forte paura di avere una grave malattia fisica. Si riscontra una preoccupazione eccessiva per la salute, che può andare dall’attenzione esagerata nei confronti del funzionamento del corpo ad un senso di trasformazione delirante di esso. L’individuo, in preda ad uno stato emotivo di ansia, interpreta, distorcendole, sensazioni fisiche di malessere e/o dolore come prova di qualche malattia fisica. Alcune persone, persino di fronte ad inequivocabili prove cliniche di benessere e salute, sono convinte di avere una patologia così grave ed occulta che nemmeno gli accertamenti clinici più accurati sono in grado di rilevare.

L’ipocondriaco si presenta come un inquieto che costituisce la disperazione dei suoi numerosi medici, i quali non riescono mai a rassicurarlo. Si  lamenta  di disturbi  digestivi,  cardiaci,  genito-urinari, ma soprattutto dei disturbi della sensibilità interna (cenestesici). Teme  le malattie  più  gravi (cancro, leucemia,  infarto, aids  ecc.) ma gli esami clinici sono sempre negativi. L’ipocondriaco proietta le sue  paure sulla rappresentazione del suo corpo che diviene l’oggetto di somatizzazione dei suoi vissuti e delle sue ansie.